Ho perso.

 

unlibrosottolalbero.jpgHo perso.

Da anni combattevo una silenziosa battaglia contro la fuffa natalizia che già dall’inizio di novembre imperversa pressochè ovunque: costosissime luci pubbliche, paccottiglia cinese di poco valore nei negozi, spot melensi in TV, per non parlare dei social network, degli auguri sdolcinati inviati in serie su Whatsapp, di quelli che fanno i simpatici rimandandoti ogni anno la stessa vignetta, di quelli che mettono le ragazze pressochè nude vestite da sexy Babbe Natale. La morte dei neuroni, per non parlare della rottura di… okay, la rima completatela voi. Ero convinta, sapete. Peggiorava ogni anno, cresceva con accelerazione costante il supremo fastidio verso tutta la cosa degli auguri e dei baci dati all’aria appena accanto alle guance, il casino dei regali “obbligati” e la difficoltà di trovare qualcosa di decente er i regali veri in mezzo a tutto il resto.

Però.

Però è successo che adesso il grande ha quattro anni e mezzo e se ne frega bellamente del cinismo materno, lui lo spirito del Natale lo sente eccome, più o meno da luglio, cioè quando il pinetto dell’anno scorso ha ceduto alla calura estiva (per non parlare della mia imperdonabile trascuratezza, gli ho messo 5 euro vicino ma non s’è mica andato a prendere da bere da solo, il signorino, ha preferito schiattare con dignità). Ieri siamo andati al vivaio a prendere un altro albero, con il saldo proposito quest’anno di trapiantarlo subito nel terreno a primavera, ho già scelto l’angolo giusto. Speriamo.

Abbiamo preso un pino molto piccolo, ma di quelli allevati in vaso per poi essere trapiantati, di quelli a cui nessuno ha tagliato le radici. Un pino con un futuro, quantomeno ipotetico; la signora del vivaio mi ha guardata di sottecchi raccomandandomi di telefonarle, poi, per farle sapere come sta il suo albero, mi sono sentita come la donna con la lettera scarlatta, perché é vero, con me muoiono anche le piante di plastica.

Non ho neppure fatto in tempo a tirarlo fuori dall’auto, il benedetto abete, che già il biondino stava appendendo le prime palline, le luci, tutto. Poi ci ha allineato accanto tutti i settantordici peluche con cui di solito pretende di dormire, ha preso una coperta e mi ha chiesto di sederci lì, accanto all’albero, a leggere storie. Ogni volta che nel libro c’è un’immagine lui la mostra a tutti i suoi pupazzi, come fanno le maestre della materna, e mi ha chiesto di spegnere tutte le luci affinchè brillino solo quelle dell’albero e leggere al buio, con una pila a illuminare solo la pagina.

Le storie lette così diventano ancora più magiche, il tenpo si ferma e siamo solo noi. Quando è rientrato anche il piccolino, che ha due anni, ha sorriso incantato dicendo solo “Wooooow” a bassa voce, ha toccato qualche pallina ma piano, per non romperle, senza che noi gli dicessimo nulla.

Ci volevano i bambini, per farmi ritrovare la magia che avevo dimenticato. Stiamo leggendo il Canto di Natale in uan versione meraviglisamente illustrata che ho comprato domenica, la traduzione non è esattamente perfetta per un bambino, ma lui impara parole nuove “da grandi”, e non importa se spesso ci fermiamo a spiegarle. E’ molto bello.

Oggi per posta è arrivato un piccolo catalogo di Amazon, con i regali per i bambini: non ci sono i prezzi, solo le foto, accidenti a quelli del marketing che la sanno lunga, costringendoci a sostituire i no immediati con dei forse più possibilisti, col risultato che poi siamo fregati. Un altro treno no, però, non ce lo voglio, ho detto subito, e intanto in sovrimpresione m’è uscito l’hashtag #leultimeparolefamose. Sfogliando quei tre fogli strimenziti mi sono ricordata dei cataloghi di quando ero piccola io, c’era quello Giocheria che era una meraviglia, ci passavi le ore. uo sognavo Memi Mia, che a guardarla adesso è bruttarella, o la villa di Barbie, quella con i tetto a punta che si divideva in tre. Ho l’immagine mentale della Standa, in corso Palladio a Vicenza, con le scale mobili che già da sole valevano il viaggio, non fosse stato che ti portavano su al terzo piano, quello dei giocattoli.

Alla TV, che come in tutte le case che si rispettino non ha nemmeno più il telecomando, tanto siamo sempre sintonizzati sul canale dei loro cartoni preferiti, le pubblicità di giochi si sprecano. Son otornati molti giochi di una volta, l’allegro chirurgo, GinoPilotino, Hotel. I jingle sono gli stessi, il packaging appena rinnovato, ma neanche poi tanto, per fare leva sul bambino che è in noi e convincerci che i nostri figli si divertiranno quanto ci illudiamo di esserci divertiti noi con quei giochi “sani di una volta”.Certo ci sono anche i tablet, che poi finiscono dimenticati perchè i quattrenni di oggi fanno swipe e pinch to zoom con una naturalezza innata, altro che Clementoni, ma l’allegro chirurgo ha il suo sporco perchè.

Poi anche loro li guarderanno per gli stessi trenta secondi che lo facevamo noi, tutti i giocattoli che Babbo Natale si ostina a lasciare per loro da zii e nonni (ma non faceva prima a lasciarmeli tutti qua, mamma?) e giocheranno tutto il giorno con le carte e le scatole, e noi diremo che se lo avessimo saputo avremmo comprato solo le scatole, e la mattina di Santo Stefano torneranno ad essere i soliti annoiati di sempre, inducendoci a meravigliarci di come possano annoiarsi con tutti quei giochi. Sarà allora che incroceremo lo sguardo dei nonni per poi abbassarlo subito, colpevoli e nuovamente consapevoli di quanto tutto sia sempre uguale.

Oggi è il 24 novembre, manca un mese esatto a Natale, e noi abbiamo già l’albero. Io ero per farlo la sera del 24, certo, ma dicembre, giusto nel caso passasse qualcuno a farci gli auguri, tanto per fare scena, e invece no, ho ceduto un mese prima.

Ho perso. Ma non mi dispiace per niente, sapete.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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